Tam biet Viet-Nam, hen gap lai!


Rieccomi qui, ormai in Italia da 5 giorni a ricordare gli ultimi giorni per non lasciare il racconto a metà prima di sistemare bene appunti e foto e cominciare con i ‘quaderni’.

Dov’ero rimasta? Ah sì, in paradiso. E davvero il nostro secondo giorno sull’isola è stato paradisiaco. La gita nell’arcipelago di An Thoi ci ha rivelato golette spettacolari e un fondale che, seppur non possa competere con il Mar Rosso (almeno a quanto mi dicono, visto che non ci sono mai stata!) o le Bahamas merita davvero di essere visto. Purtroppo, avendo piovuto il giorno prima, l’acqua non era completamente limpida, ma credo che  ad andarci in stagione secca sia davvero uno spettacolo!La giornata è passata in pieno relax, provando a pescare qualcosa per il pranzo (con scarsissimi risultati per me e un po’ meglio per Andrea, ma per fortuna il capitano si era attrezzato in precedenza!!) e fra tuffi, immersioni e foto subacquee che ci hanno regalato anche una bella abbronzatura.. solo sulla schiena ovviamente!!🙂

La sosta all’andata alla fabbrica delle perle ci ha permesso di capire un pochino come funziona un allevamento e i criteri per giudicare la qualità dei prodotti. Cosa utilissima alcuni minuti dopo al negozio dove mi son comprata la mia prima collana da ‘sciurètta’ prontamente sfoggiata la sera stessa.. a 28 anni direi che era giunto il momento di procurarsi almeno una cosa seria! :-p

Il giorno dopo, purtroppo, terminava il nostro soggiorno marittimo. Speravamo di goderci l’ultima mattinata di sole (anche per riequilibrare l’abbronzatura frontale!!) e invece ovviamente pioveva, per cui ci siamo limitati a finire di preparare i bagagli, goderci l’ultimo banana shake fronte mare e aspettare il bus che ci avrebbe portati al porto dall’altra parte dell’isola. Arrivati al molo da cui saremmo dovuti partire, con due comode ore di anticipo, ci troviamo di fronte una ‘cosa’ che sembrava più che altro un Nautilus in versione bianca. Pensando che il nostro traghetto sarebbe arrivato più tardi ci siamo avviati alle bancarelle prima del porticciolo per mangiare qualcosa, dove, ovviamente, nessuno spiccicava una parola in inglese. Visto che eravamo piuttosto affamati, dopo aver ordinato due panini, tutto sommato abbastanza facilmente, ci siamo arrischiati a chiedere se avessero anche del riso. Evidentenmente il nostro vietnamita non era abbastanza buono (e loro non sapevano leggere, considerando che gli abbiamo anche messo la pagina della guida con i nomi dei cibi sotto gli occhi) per cui, addocchiata una bambina che lo stava mangiando abbiamo cercato di farci capire indicando lei..  Ecco, qui credo che abbiano frainteso e pensato o che volessimo mangiarci la piccola, o che volessimo portarcela a casa come souvenir perchè han cercato di portarcela al tavolo, con lei che urlava e cercava di divincolarsi in ogni modo. Per cui alla fine abbiam lasciato perdere e ci siam goduti i panini (ottimi, almeno quelli!) innaffiati da una coca cola tarocca dal gusto che definire orrido è fargli un complimento!:-/

Comunque, ritornati al molo in orario abbiamo scoperto che saremmo arrivati ad Ha Tien proprio con il simil-sottomarino, che purtroppo però non viaggiava sottacqua (sarebbe stata un’esperienza super!). Dopo un’oretta e mezza di navigazione allietata dalle edizioni vietnamite di Sanremo e Zelig siamo attraccati sulla costa meridionale al confine con la Cambogia. Appena prima di partire da Phu Quoc, parlando con un agente turistico, avevamo scoperto di non poter arrivare la sera stessa a Vihn Long, dove volevamo pernottare per poi fare il giro sul Mekong, perchè non c’erano autobus, per cui abbiamo dirottato su un’altra cittadina del delta: Can Tho. Con un minibus affollato, in cui noi eravamo gli unici occidentali, siamo quindi andati da Ha Tien a Rach Gia e poi da qui a Can Tho. Una menzione particolare meritano i due autisti che in tempo record, con una mano perennemente sul clacson e l’altra a volte sul volante, a volte sul cambio, a volte attaccata all’orecchio per tenere il cellulare, ci hanno portato a destinazione senza nemmeno fare un frontale (nonostante in più occasioni a mio avviso fosse praticamente certo!). Considerando che un po’ per la guida, un po’ per la temperatura polare data dall’aria condizionata a mille, era impossibile dormire, almeno ci siamo goduti il paesaggio dei villaggi sulla costa meridionale che non avevamo tempo di visitare. Arrivati a Can Tho verso le 9.30 di sera, l’abbiamo trovata deserta, ma fortunatamente con la cartina sulla guida siamo riusciti a raggiungere l’alberghetto che avevamo addocchiato per la notte dove, dopo aver preso accordi per la gita del giorno successivo sul fiume, siamo crollati esausti. La mattina dopo, manco a dirlo, la sveglia è suonata ale 4.30 visto che prima di partire dovevamo cercare un bancomat funzionante per rimpinguare il fondo cassa piangente. Una volta al porticciolo abbiamo avuto conferma di aver fatto bene a evitare le gite organizzate, accordandoci direttamente con un barcarolo: invece del minibattellino affollato di turisti ci aspettava una barchetta di quelle tipiche dei pescatori che avrebbe portato solo noi due alla scoperta dei mercati galleggianti di Cai Rang e Phong Dien e del panorama fluviale in un giretto di ben 8 ore!

Che dire?L’alba sul Mekong è un altro degli spettacoli assolutamente indescrivibili che questo Viaggio e questo Paese mi ha regalato e che rimarranno scritti in maniera indelebile nella mia mente e nei miei ricordi. Trovarsi a solcare le onde di questo immenso fiume ormai quasi arrivato all’incontro con il mare il cui lento scorrere scandisce e regola la vita di tutti i giorni della gente che vi abita a fianco, incrociando altri barchini o barconi merci, con le palafitte su entrambe le sponde che ti regalano scorci di vita: gente che fa il bagno nel fiume per lavarsi, che ci lava del cibo, bambini che corrono a salutarti appena ti vedono passare fino ad arrivare ai mercati galleggianti. Agglomerati di barche che si insinuano le une fra le altre e di gente, cappelli a cono sotto cui scorgi sorrisi, frutta e verdura da ogni parte, merci appese a pali a prua come insegna per far vedere da lontano cosa vende una determinata barca. Dopo questo spettacolo colorato siamo andati a scoprire come vengono ricavati i noodles nella fabbrica del riso, abbiamo avuto un incontro ravvicinato con un pesce elefante di 5 kg (fortunatamente in acquario), fatto una passeggiata sull’isola delle scimmie senza però riuscire a vederne neanche una e, dopo un nuovo incontro con il pesce elefante (questa volta grigliato e pronto a finire nelle nostre pance :-p) siamo rientrati alla base, pronti a partire per un altro viaggio in bus alla volta di Ho Chi Min City per il termine del nostro Viaggio.

L’ultima tappa prima del rientro, fatta la mattina dello stesso giorno in cui poi saremmo ripartiti per Bangkok, sono stati i tunnel di Cu Chi, gallerie scavate dai Viet Cong durante la guerra per nascondersi e spostarsi senza essere visti dagli americani. Per quanto il percorso e la visita guidata siano studiati appositamente per i turisti e molte cose siano state risistemate, è incredibile pensare come i vietnamiti abbiano potuto per anni scavare e infilarsi in cunicoli di 90 x 60 cm (al di là del fatto che io non credo riuscirei nemmeno a entrare), strisciare lì dentro per muoversi e fermarcisi magari anche per ore. Al pubblico ora sono aperti solo i cunicoli più grandi, quelli altri 1 metro e 20 a 3 metri dalla superficie terrestre, tutto sommato dei tunnel di lusso rispetto a quelli a 8 e 10 metri di profondità grandi si e no poco più della metà!

Tornati in città giusto in tempo per prendere il bus per l’aeroporto e il primo volo delle ultime 24 ore ci siamo ritrovati di nuovo a Bangkok e poi a Istanbul dove, avendo 6 ore di scalo prima della coincidenza per Milano, abbiamo deciso di uscire a fare un giretto nella città vecchia. Non abbiamo avuto modo di approndire la visita, avendo così poco tempo a disposizione, ma pur da quel poco che ho visto questa città a metà fra oriente e occidente mi ha affascinata moltissimo. E’ un compendio di stili e culture che, come all’interno del suo Gran Bazaar, si mischiano e fondono dando vita a qualcosa di unico. Vedere il sole appena sorto (siamo arrivati anche qui, manco a dirlo, alle 6) dietro la Moschea Blu e Santa Sofia ha dato a questi due imponenti edifici un’aura ancora più magica, così come il vedere la città, sonnecchiosa al nostro arrivo con metro e tram direttamente dall’aeroporto, svegliarsi poco a poco fino a riacquistare la proverbiale vitalità per cui era nota fin dai tempi in cui il suo nome era Costantinopoli.

Questa toccata e fuga ha messo termine al nostro Viaggio. Più volte, mentre mi informavo sul Vietnam prima di partire, ho trovato scritto che questo veniva definito come ‘il Viaggio della vita’, e davero non posso che confermare. Di tutti i posti che ho avuto la fortuna di visitare finora questo è quello che mi ha colpito e dato di più, a livello di emozioni, sorprese, scoperte, esperienze fatte.. e non  ne ho visto che una minima parte!Per cui la mia decisione è già presa, il tempo di riorganizzarmi e mettere da parte i fondi necessari e poi si torna!Per cui.. tam biet Viet-Nam, hen gap lai!!🙂

2 pensieri su “Tam biet Viet-Nam, hen gap lai!”

  1. Bellissima cronaca di un viaggio che ci hai dato la possibilità di condividere con voi, sei riuscita a “farci essere lì” anche noi. Ho visto alcune foto di Andrea e rispecchiano proprio ciò che ci hai raccontato. Brava e grazie. Bacio Ivana

  2. Bellissimo anche questo Diario di Viaggio! *__*! Grazie per aver condiviso con noi le tue emozioni e averci descritto le immagini dei meravigliosi e misteriosi luoghi che hai visitato! *__*! Attendo qualche Foto! *__*!
    Un bacione,
    Sara.

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